Un eco-score italiano, letto alla fonte.
Un disegno di legge in Senato istituirebbe un eco-score nazionale per il tessile, con classi dalla A alla E. La classe sarebbe il criterio con cui lo Stato tassa, limita la pubblicità e concede incentivi. È un disegno di legge e non una legge. Non definisce alcun metodo, ed è per questo che oggi nessuno può calcolare una classe, noi compresi.
Che cosa istituirebbe
Il disegno di legge assegnerebbe a ogni prodotto tessile una classe dalla A alla E, dove la A è l'impatto più basso. A deciderla sarebbero cinque parametri: le condizioni e i luoghi di produzione, l'origine e la composizione dei materiali, la logistica e la distribuzione, la durabilità e la riparabilità, e le condizioni di lavoro lungo la filiera.
La classe non è pensata come un'etichetta per il cliente, e nulla nel testo mette una lettera su un capo. È il criterio con cui lo Stato applicherebbe misure restrittive: limiti alla pubblicità, esclusione dagli incentivi pubblici, tassazione ambientale e accesso condizionato ai canali di distribuzione.
Il contributo si paga al chilo
In attesa di un regime organico di responsabilità estesa del produttore, il disegno di legge introduce un contributo anticipatorio. Lo pagherebbe chi immette sul mercato italiano prodotti tessili di classe D o E: 30 centesimi al chilogrammo per la classe D e 50 centesimi al chilogrammo per la classe E.
L'unità di misura è il dettaglio che conta per chi gestisce un catalogo. Un contributo che si paga a peso trasforma il peso del capo in una voce di costo, e il peso del capo è un campo che oggi quasi nessun marchio tiene con precisione.
Quello che si può dire con onestà è un'aritmetica su una tariffa pubblicata. Quello che non si può dire è in che classe finirebbe un prodotto, perché la classe non è calcolabile.
Nessun metodo, e cosa ne consegue
Il testo elenca cinque parametri e si ferma lì. Non fissa pesi, non fissa soglie, non indica valori di riferimento e non specifica quali dati servano. Senza queste cose nessuna classe è calcolabile, né da noi né da nessun altro.
Quella lacuna ha una conseguenza pratica. Qualunque lettera dalla A alla E pubblicata oggi sarebbe una scala privata che porta il nome dello Stato. Dal 27 settembre 2026 un marchio di sostenibilità che non sia certificato né istituito da un'autorità pubblica è una pratica commerciale sleale in ogni caso, quindi pubblicarne uno espone a una contestazione fondata su una norma già in vigore.
La posizione onesta è quindi stretta. Il disegno di legge esiste e si può leggere. Il passaporto è uno dei quattro requisiti e non una scorciatoia verso una classe. Le tariffe del contributo sono pubblicate e si possono moltiplicare per il peso di un capo. Oltre a questo, a un marchio non c'è ancora nulla da dire.
Il divieto di pubblicità corre per conto suo
Un articolo del disegno di legge vieta la pubblicità della moda a rapido rinnovo, e in particolare dell'ultra fast fashion. Il divieto coprirebbe ogni canale, inclusi influencer e creatori di contenuti, e vieterebbe anche l'uso promozionale della parola «gratis».
Questo articolo è scritto come indipendente dalla classe, quindi si applicherebbe qualunque punteggio avesse un prodotto. La data che indica, il 1° gennaio 2026, è però già passata, e il percorso parlamentare dovrà fissarne una nuova.
Cosa conviene fare mentre il testo è ancora in commissione.
Tenere il peso di ogni capo
È il campo su cui si calcolerebbe il contributo, ed è lo stesso che serve al costo ambientale francese. Un campo solo, due norme: è il primo da mettere a posto.
I quattro requisiti si costruiscono insieme
Tracciabilità, certificazioni, adempimenti EPR e passaporto sono richiesti congiuntamente, e nessuno dei quattro si improvvisa. Tre di essi, però, si costruiscono con lo stesso lavoro sulla filiera.
Non comunicare una classe che non esiste
Finché il metodo non è fissato da un decreto, nessuna lettera è calcolabile. Pubblicarne una espone a una contestazione fondata su una norma sulle affermazioni ambientali già in vigore.